VIDEO 2 – Prevenire l’atrofia ossea per Marco Mozzati

Marco Mozzati e le tecniche di prevenzione dell’atrofia ossea – parte 2

Ad inizio 2017, il Dr. Marco Mozzati è stato ospite e oratore in una conferenza sulle tecniche di prevenzione dell’atrofia ossea. Durante il suo discorso,  Marco Mozzati ha affrontato principalmente due temi: l‘approccio del medico all’atrofia ed i materiali da scegliere per i trattamenti.

Nell’estratto della conferenza qui sotto riportata, il Dr. Marco Mozzati affronta il secondo tema; come sempre, è disponibile la trascrizione del video in fondo all’articolo.

Trascrizione del video

[…] Come scegliere i materiali? Io direi che dobbiamo cominciare ad entrare nell’ottica di decidere il materiale, decidere l’innesto, in base al tipo di trattamento che noi vogliamo fare.

Se è un’estrazione che facciamo ed in quel alveolo abbiamo deciso di mettere un impianto, abbiamo deciso di fare una protesi fissa su denti attigui o abbiamo deciso di non fare nulla, dobbiamo scegliere il materiale giusto perché non possono andare tutti bene.

Questo perché il materiale ideale da un punto di vista di innesto alveolare, secondo me, deve essere semplice nell’utilizzo, deve essere economico, deve portare a una rapida guarigione e deve adattarsi al piano di trattamento. Quando parlo di adattarsi al piano di trattamento, intendo essere più o meno riassorbibile, avere delle caratteristiche di stabilità nel tempo, integrarsi più velocemente o meno.

Alcuni anni fa ho portato avanti questo tipo di lavoro che voleva valutare come funzionava un materiale da innesto che era l’Ostim, una idrossiapatite nanocristallina in pasta, soluzione acquosa, posizionandolo in un alveolo post-estrattivo senza lembo, e vi garantisco che negli anni di questo articolo era una rarità perché nessuno voleva innestare gli alveoli senza fare lembo: mettere un materiale eterologo senza la copertura del periostio era già come considerarlo un fallimento.

Questo si adattava bene come caratteristiche, i tessuti rispondevano bene da un punto di vista di valutazioni in vitro e allora abbiamo approcciato questo tipo di lavoro analizzando non radiografie, non solo la clinica, ma come rispondevano i tessuti perialveolare e la mucosa al riempimento con un idrossiapatite nanocristallina senza lembo, semplicemente riempiendo l’alveolo.

È venuto fuori che le analisi che abbiamo fatto comprendevano le citochine e i fattori di crescita più comuni, si parla di citochine proinfiammatorie e di fattori di crescita BMP-4, TGF-BETA2 e BMP-7. Noi volevamo avere nel breve, quindi non la maturazione dell’osso, come la biologia rispondeva ad un innesto. E che cosa abbiamo fatto? Abbiamo fatto, purtroppo solo con 10 pazienti divisi in due gruppi, un prelievo sia di mucosa che di totale svuotamento dell’alveolo, quindi di un tessuto o di un coagulo che si era formato all’interno, a un giorno, a 7 giorni e a 14 giorni.

Quindi qualunque tipo di valutazione biologica per avere un significato su qualunque cosa deve essere breve altrimenti scompare l’effetto che vado a dare, attiva un processo che diventa standardizzato per tutti. Una delle motivazioni per cui dico che per la valutazione del concentrato piastrinico non serve a niente fare la biopsia a sei mesi e confrontarlo con un osso dove non l’ho usato è perché tanto i risultati saranno perfettamente inutili ed uguali. L’input biologico avviene nei primi giorni, nella prima settimana e a 14 giorni è già esaurito.

Allora che cosa è stato fatto? Vedete, due estrazioni semplici nella stessa bocca: da un lato si riempiva con la pasta Ostim, dall’altro non si metteva nulla e si lasciava che il coagulo si stabilizzasse. Il giorno dopo, quindi è ovvio che in una condizione normale ci sarà un coagulo e l’Ostim sarà semplicemente solo organizzato da un coagulo, è stato fatto un prelievo di mucosa perilesione e asportato tutto il contenuto dell’alveolo. Poi, nella stessa seduta si faceva ripartire da zero la situazione, si ri-innestava un alveolo e si lasciava guarire l’altro. Questi due gruppi venivano poi rivalutati a 7 giorni ed a 14 giorni.

Adesso sarò molto breve nel darvi quelli che sono i risultati, secondo me significativi: la valutazione clinica conta poco, i pazienti sono pochi e non ci potevamo aspettare niente di che, tranne forse che il lato con le idrossiapatite sembrava meno collassato, ma ci può stare dato che da una parte ho messo un materiale mentre dall’altra parte non ho messo nulla.

L’interessante comincia a essere questo aspetto: la valutazione delle citochine proinfiammatorie al primo giorno erano nettamente aumentata nella zona innestata, quindi vuol dire che l’alveolo dove avevo posizionato l’Ostim aveva un picco di citochine maggiore rispetto all’altro; a 7 giorni e a 14 giorni si aveva esattamente il contrario. Vuol dire che le citochine proinfiammatorie nell’Ostim erano già scese e questo è un ottimo segno perché nel momento in cui scendono le citochine proinfiammatorie salgono quelli che sono i fattori di crescita che portano alla riparazione ossea. Quindi si era avuta questa inversione di stimolazione principalmente nell’alveolo dove si era messo l’Ostim.

Altro segno importante è che nei primi 7 giorni la scala di VAS, valutazione clinica sul dolore, nel lato innestato con l’idrossiapatite, tutti i pazienti trattati avevano avuto più male che nel lato dove non c’era stato messo nulla e questo motiva il fatto che le citochine proinfiammatorie fossero più alte, quindi il dolore è esattamente il sintomo che segue ad un ipersecrezione di citochine proinfiammatorie: vuol dire maggiore infiammazione, che però a 7 giorni era già sparita e si aveva l’inversione. A 7 giorni l’altro lato in certi casi era risultato più dolente rispetto a quello trattato.

Vedete l’inversione della parabola del dolore dove nel primo giorno il lato con l’Ostim aveva nettamente più dolore che il lato non trattato e poi la parabola si invertiva.

La valutazione, invece, dei fattori di crescita era nettamente a favore del lato trattato con Ostim: quindi vuol dire che una idrossiapatite nanocristallina idrosolubile, quindi totalmente riassorbibile, stimola maggiormente nel breve la riparazione verso la sintesi di osso.

Quindi non posso dire di più: semplicemente che la comparsa di BMP-4, che è un fattore di crescita che porta alla riparazione ossea, era già più alto che nel sito dove non c’era.

Cosa aveva di difetto questo tipo di materiale? Semplicemente che, pur rispondendo bene se davamo il tempo al coagulo di invaderlo, quindi la cosa migliore era non creare una compressione con garza continua in modo che fungesse da materiale esterno ma posizionarlo e aspettare semplicemente 1 minuto che il coagulo lo invaginasse – quindi c’era la necessità che il sangue entrasse nel materiale da innesto – con una guarigione che avveniva molto rapidamente, vedete che a 3 giorni si ha già una buona risposta e ad un mese completamente epitelizzato, non riusciva a fare mantenimento strutturale.

Vuol dire che questo tipo di idrossiapatite nell’alveolo, pur stimolando la guarigione, pur migliorando magari anche la guarigione ossea, non riusciva a mantenere il quantitativo d’osso tale da garantire quella che è una profilassi volumetrica: perché si assorbiva troppo velocemente.

Problematiche completamente inverse le ha questo tipo di materiale che è il Bio-Oss che ha due tipi di problemi: uno tecnico dato che non potrà mai essere messo nell’alveolo e abbandonato in guarigione perché si infetta e non guarisce. Quindi Bio-Oss funziona se io vado a colmare un vuoto osseo e lo proteggo dal periostio o la variante collagenata che ha la sua membrana di protezione e in questo modo si riesce a ottenere stabilità perché il Bio-Oss non si riassorbe – in questo caso un po’ di più perché è un Bio-Oss collagenato quindi ha una componente di collageno che si riassorbe velocemente – però uno dei grossi difetti di questo materiale è il costo estremamente eccessivo, secondo me, per il trattamento di un alveolo.

Altro materiale analizzato è un materiale completamente innovativo, e qui ci avviciniamo un po’ a quelli che sono gli spunti che sono venuti fuori in giornata che ci vanno materiali collagenati. Questo è un materiale che si chiama RegenOss, viene ancora usato poco in odontoiatria perché è un materiale che viene utilizzato prevalentemente in neurochirurgia e in ortopedia, ed è un materiale da innesto collagenato su cui viene posizionato della idrossiapatite nanocristallina all’interno del collageno stesso. Quindi è polinverso: è l’idrossiapatite che viene posizionata nel collageno e non il collageno sull’idrossiapatite.

È un materiale decisamente lavorabile, ci sono delle confezioni grandi che si possono tagliare, si possono modellare bene all’interno delle estrazioni: anche qui, valutazione prima, stabilizzazione di coagulo, punti di sutura nei casi in cui erano estrazioni multiple che comportavano l’avvicinamento, ma non lembi, guarigione buona nel senso che alla fine tutti i casi trattati hanno dato epitelizzazione superficiale nei tempi accettabili. Quindi può essere considerato uno di quei materiali da usare nel post-estrattivo immediato.

La difficoltà di posizionamento, essendo che non nasce ancora per l’alveolo come forma, è tale per cui durante la sovrapposizione di materiale in alcuni casi si perdeva il quantitativo innestato; però nella valutazione di questo materiale se si può mettere nell’alveolo senza lembo, la risposta è sì.

Inoltre, con la collaborazione del professor Piattelli, abbiamo condotto delle biopsie ossee a 60 giorni per vedere come rispondeva il tessuto osseo a questo tipo di innesto e i risultati anche in questo caso sono stati buoni. Non abbiamo assolutamente trovato dei residui di materiale da innesto e abbiamo trovato una formazione di osso avanzato decisamente positiva per questo tipo di intervento.

Entriamo adesso in quello che è il mondo dei concentrati piastrinici dove, inutile dirlo, sono qui a parlarvi di questo perché sono favorevole. Secondo me sono assolutamente utili e indispensabili: direi che tutte le famiglie sono uguali come effetto di azione sulla guarigione dei tessuti. Tutti questi prodotti danno una spinta riparativa, una biostimolazione.

Si tratta di emocomponenti, quindi tutto ciò che si trova già naturalmente nel sangue, viene estratto nell’immediato da un prelievo di sangue che viene fatto sul momento al paziente e contengono piastrine o lisato piastrinico, plasma, siero, trombina, fibrina, fibrinogeno, proteine plasmatiche e, se si vuole, anche leucociti.

Sono da un punto di vista di nomenclatura definiti “emocomponenti”: l’errore più grosso che si può fare è di confonderli con gli “emoderivati” che sono un’altra cosa. L’emoderivato è un prodotto del sangue che si ricava attraverso un’opera industriale e rientrano nella normativa dei farmaci: quindi non ha niente a che vedere con gli emocomponenti che, invece, rientrano nella normativa sul sangue. Questo è assolutamente importante saperlo.

Si possono usare in Italia? Oggi posso dire di sì: fino a ieri esisteva una legge che permetteva solo a poche regioni italiane di utilizzarli in delega mentre oggi c’è una legge nazionale. Non vi posso dire che su tutte le regioni è una semplificazione perché sarebbe una bugia enorme e forse oggi in Italia la regione che sta facendo più ostruzionismo è proprio l’Emilia-Romagna. Esiste un percorso obbligatorio di richiesta di delega quindi, essendo un derivato del sangue, bisogna avere la delega del centro trasfusionale per poterlo utilizzare. Però si può utilizzare in ambulatorio, può essere utilizzato dall’odontoiatra tranquillamente attraverso un percorso. Di che cosa si tratta? Mi piace parlare di una concentrazione iper-fisiologica di piastrine: quindi vuol dire che quando parliamo di concentrato piastrinico, di concentrato di fibrina, noi andiamo a mettere sulla ferita o infiltrare nei tessuti un qualcosa che ha un numero di piastrine superiore a quella fisiologica.

Quindi se io faccio la conta di piastrine prima e la conta di piastrine nel prodotto, che sono riuscito a ricavare attraverso un percorso di preparazione, avrò più piastrine di quanto ne ha il coagulo normale e questo è il principio attivo.

Cosa contengono le piastrine? Tutto ciò che serve a far guarire qualunque tipo di tessuto: ci insegna la chirurgia e ci insegna la biologia tutti i tessuti si riparano attraverso la formazione di un coagulo iniziale. Quindi nel momento in cui si ha un danno vasale, esce il sangue, si stabilizza con la fibrina, si fermano le piastrine, si liberano i fattori di crescita delle citochine e fanno partire la guarigione dei tessuti.

Su questi prodotti esistono delle questioni aperte: una delle più dibattute è legata al fatto che si vorrebbe riconoscere come effettivamente validi, come biostimolanti, soltanto i concentrati piastrinici che hanno minimo un milione di piastrine per millilitro. Questo oggi, nel momento in cui ci avviciniamo a tecniche di preparazione dell’emocomponente più artigianali – cioè attraverso apparecchiature che utilizziamo noi negli ambulatori – molte volte questi valori sono estremamente difficili da raggiungere, soprattutto per i sistemi che utilizzano un’unica centrifugazione.

Quindi il dibattito oggi è ancora aperto: aperto nel dire che forse non bisogna contare le piastrine, forse bisogna valutare che questi prodotti hanno una concentrazione di fattori di crescita o hanno un quantitativo di piastrine già lisate che non possono più essere contate nei controlli ma che funzionino da un punto di vista biologico è sicuro.

Un’altra questione aperta è valutare se servano i leucociti o se non servano. La potenzialità di prendere non prendere i leucociti nel concentrato piastrinico è dettata dal tipo di preparato che posso fare. Oggi posso dirvi che su queste questioni direi che forse il sì o il no riguarda specialisti diversi dagli odontoiatri: gli ortopedici ad esempio e i medici dello sport che lo utilizzano nel muscolo nelle articolazioni hanno delle controindicazioni all’utilizzo dei leucociti perché in effetti nella prima fase aumenta le citochine proinfiammatorie e dà più dolore è più infiammazione di quanto non dia dei prodotti privi. Quindi per loro le problematiche sono maggiori di quelle che possono essere per noi nell’odontoiatria.

Oggi la classificazione di questi prodotti più ampia è quella di Dohan che ha cercato di dividere un po’ tutte le appartenenze di questi prodotti: molti erano legati ai vari autori e ha fatto sì che ci fosse una suddivisione in base alla tipologia di prodotto finale e all’utilizzo. Per cui cominciamo a parlare di concentrati ricchi di piastrine con i globuli bianchi, concentrati ricchi piastrine senza globuli bianchi, concentrati ricchi di fibrina con e senza i globuli bianchi. Quindi sono quattro grandi famiglie che prevedono la conta piastrinica o la concentrazione massiva della fibrina.

Da cosa vengono divise tra di loro: dalla tecnica di preparazione attraverso la centrifugazione; quindi può essere il numero di centrifugazioni, una o due, il numero di giri, la posizione delle provette, e così via. Io preferisco non fare divisione di questo tipo ma fare divisione, ad esempio, sulla presenza o meno dell’anticoagulante nel momento in cui faccio il prelievo ematico. Le grandi famiglie si dividono così: se io ho un anticoagulante nel momento in cui prelievo il sangue, il sangue all’interno della provetta rimarrà fluido, io centrifugo il sangue fluido, lo separo, continua a essere fluido, si attiva, si gelifica quando decido io perché uso un attivatore; se io nella fase di prelievo non metto un anticoagulante avrò una precipitazione associata una coagulazione. È un po’ quello che avete visto dal relatore prima di me: ha prodotto questi concentrati su un prodotto già finito che era già coagulato e che poi si lavora con compressione in modo tale da utilizzarlo a seconda delle necessità. I prodotti che hanno l’anticoagulante devono essere attivati quando si vuole attivarli e hanno delle variabili di utilizzo forse maggiori per la tipologia di utilizzo: infiltrativa o topica.

Le differenze di attivazione variano a seconda dei tipi, più o meno un po’ quello che vi ho già riassunto. Io, personalmente, grande esperienza l’ho fatta su questo prodotto che è un PRP privo di globuli bianchi, quindi un concentrato piastrinico senza i globuli bianchi. Il percorso di preparazione si chiama PRGF, protocollo di Eduardo Anitua (uno spagnolo), prevede un’unica centrifugazione e prevede la separazione in due prodotti finali: uno ricco di piastrine e uno ricco di fibrina. Entrambi si preparano in soluzione “SOLE” quindi essendoci l’anticoagulante rimangono liquidi e possono essere attivati secondariamente.

La domanda è perché usarli: tutta la storia, che faccio fatica a dimostrarvi da un punto di vista bibliografico ma che è certa, è che intervengono ormai sicuramente in questi meccanismi. Aiutano l’emostasi, promuovono l’angiogenesi, stimolano la proliferazione cellulare, stimolano la migrazione cellulare, riducono l’infiammazione e riducono il dolore e hanno un effetto batteriostatico. Questo è tutto ciò che ad oggi troverete in bibliografia su tutti questi prodotti.

Il PRG-ENDORET è un prodotto che ha un utilizzo multidisciplinare: lo usiamo noi odontoiatri, i maxillo, i chirurghi plastici, gli otorini, gli oculisti, gli ortopedici e così via: quindi a una variabile di utilizzo allargata su più discipline.

Il suo utilizzo è molto legato al fatto che lo si mantenga “SOLE”, lo infiltro, quindi posso mantenerlo liquido e infiltrarlo nelle ulcere, nelle articolazioni, nei muscoli se sono danneggiati, oppure posso gellificarlo e utilizzarlo ad uso topico: quindi può essere un gel che vado a posizionare sull’osso, sul periostio o sulla mucosa oppure, grande vantaggio, può essere fatto gellificare a contatto con un materiale da innesto – che può essere l’osso autologo, eterologo, omologo o quello che volete – ma un particolato viene trasformato in un facile materiale da innesto.

La parte concentrata di fibrina invece può essere attivata e, a seconda delle manipolazioni, può mantenere varie consistenze: può essere più fragile o più resistente a seconda del tempo di compressione che si dà questo prodotto. Ad esempio anche lo stampo delle membrane può essere variabile a seconda degli interventi: per comodità di applicazione io uso questi contenitori già rettangolari per cui la membrana viene posizionata prima della sutura in modo ampio è facile da collocare.

La parte liquida può essere anche utilizzata per umettare la superficie di impianto: esistono lavori che parlano di attivazione del titanio, della superficie del titanio, che in questo modo riesce ad avere un range maggiore di stimolare l’osteointegrazione. Su questo non dico che non ci credo, ma grandi lavori che dimostrino quest’effetto non ci sono, però può essere utilizzata come lavaggio dell’alveolo che invece uso molto: cioè pulito l’aveolo, oltre a posizionare la parte gelificata, con la parte liquida vado umettare completamente il tessuto osseo.

Questo è stato il primo lavoro fatto che ha dimostrato la differenza che c’è tra usarli e non usarli: è un lavoro fatto sull’estrazione dell’ottavo incluso: è un gruppo di pazienti a cui vengono estratti contestualmente i due denti del giudizio, destra sinistra, denti del giudizio che avevano un inclusione similare, il chirurgo è sempre uno solo, la tecnica chirurgica la stessa, l’unica variante che da un lato non si mette nulla e si sutura, dall’altro lato si posiziona il concentrato piastrinico.

È ovvio che la validità di questo lavoro, per essere biologica, prevede un prelievo di mucosa e di quello che ci sta dentro l’alveolo e una valutazione di quello che sono i soliti fattori di crescita e citochine. Come potete vedere da questo grafico il lato in cui abbiamo posizionato il concentrato piastrinico si è dimostrato essere quello più avanti in quelli che sono i processi di riparazione. Quindi già nel breve il concentrato piastrinico ha stimolato quella che è una riparazione sia mucosa che ossea.

Questo invece è un lavoro che dimostra l’azione antibatterica: azione antibatterica nel breve, quindi non un uso del concentrato piastrinico per giorni ma si parla di ore e le analisi fatte finora sono analisi fatte in laboratorio, quindi su colture cellulari.

Vi spiego perché secondo me vanno utilizzati insieme al materiale da innesto, perché hanno un vantaggio. Ho condotto, sempre in università, tutta una serie di studi che hanno dimostrato che funzionano nell’alveolo post-estrattivo. Quindi sto parlando solo di emocomponente, non sto parlando di emocomponente più materiale da innesto, in tutti i pazienti con patologie sistemiche alla base. È un lavoro fatto su pazienti con disordini della coagulazione dato che la prima diatriba era se si potesse utilizzare l’emocomponente su un paziente con disordine coagulativo: la risposta è sì dato che questo è un gruppo di pazienti, tra cui emofilici o pazienti che avevano grandi danni epatici, che avevano dei grossi deficit coagulativi – è vero che in questi casi la preparazione di questo prodotto è stata più lunga –  ma ci ha permesso di avere guarigione migliori e più che altro ci ha permesso di non avere complicanze emorragiche gravi come solitamente si hanno.

Lo stesso vale nei pazienti che hanno piastrinopenia: sto parlando di pazienti che hanno meno di 45000 piastrine, vuol dire situazioni borderline per la chirurgia, dov’è il rischio di sanguinamento è grande e dove il dubbio era se si poteva ottenere una concentrazione di piastrine, che qui fondamentalmente è più una concentrazione di fibrina. Riusciamo ad eliminare materiali costosi che si usano in questi casi come il Tissucol? Otteniamo lo stesso risultato, vuol dire stabilizzare il coagulo e migliorare la qualità di vita del paziente? Anche in questo caso i pazienti trattati con il PRGF hanno dimostrato dei vantaggi rispetto al lato controlaterale trattato con il Tissucol.

Poi andiamo nella spinta riparativa dove c’è un deficit riparativo: entriamo nel mondo delle patologie sistemiche che guariscono male, dove tutti noi abbiamo evidenziato difficoltà di guarigione del paziente, ad esempio diabetico e quando parlo di pazienti diabetici parlo di pazienti scompensati con emoglobina glicata superiore a 8, quindi non parlo di pazienti diabetici che non hanno complicazioni angiogenetiche. Si tratta già di situazione in cui tutto la parte della microangiopatia è evidente e va a condizionare la guarigione periferica.

In questi gruppi di pazienti, come vedrete, utilizzando in “split-mouth” il concentrato piastrinico rispetto a non utilizzare niente abbiamo avuto guarigioni migliori. Lo stesso vale per i pazienti trattati con radioterapia, quindi entriamo nel mondo del oncologico, radiotrattato testa collo, con tutte le problematiche di rischio di radionecrosi. Stesso concetto “split-mouth”, i pazienti trattati senza emocomponente in questo studio hanno evidenziato due radionecrosi, i pazienti trattati con emocomponente hanno avuto un epitelizzazione migliore più rapida senza complicanze.

 

L’ultimo gruppo sono i bifosfonati, che sono di gran moda perché si utilizzano tanto dato che adesso abbiamo anche imparato a trattarli. Porto solo l’ultima delle pubblicazioni che abbiamo condotto a Torino, su pazienti in terapia con zona indronato, quindi parlo di zometa, di rischio di necrosi, dove si è utilizzato la componente senza lembo. C’è tutta una storia dove si è partiti con la necessità di fare osteoplastica, lembo di copertura / protezione, questo è un lavoro che su un numero elevato di pazienti in terapia con zona indronato si è soltanto fatto il riempimento dell’alveolo con il concentrato piastrinico, stabilizzazione prima della parte ricca a contatto dell’osso, poi della parte di fibrina più superficiale. (Vedete una) sutura solo di mantenimento,  con un percorso di 5 giorni di guarigione fino a un epitelizzazione completa: la cosa più interessante è che in questi casi non abbiamo avuto osteonecrosi né precoci né tardive.

Entriamo adesso nel mondo della rigenerativa così mi allaccio al discorso che avete visto tutto il giorno. Possono essere utilizzati perché hanno tutte queste caratteristiche per migliorare la guarigione dell’alveolo? Da un punto di vista di velocità di riparazione della mucosa, sì; da un punto di vista di mantenimento strutturale, da soli no. Questo perché il lavoro di Trombelli ha dimostrato che se io utilizzo l’emocomponente nell’alveolo ho una guarigione mucosa più rapida, ho magari un intervento sull’ infiammazione sul dolore migliore, ma l’alveolo si contrae lo stesso esattamente come se non mettessi nulla, come se avessi solo il coagulo. Quindi vuol dire che fanno guarire ma non riescono a mantenere la morfologia dell’osso integra: un po’ come lo stesso discorso dell’Ostim, che ha dato i benefici sia da un punto di vista biologico sia clinico ma non riesce a darci quello che è il mantenimento strutturale.

Questo è proprio un caso tipico dove se seguito per 4 mesi potete vedere una bella guarigione rapida ma alla fine la struttura ossea perde esattamente come se non mettessimo nulla.

L’evoluzione è proprio questa: associare il materiale emocomponente con un materiale da riempimento stabile, come può essere il Bio-Oss, allora i risultati si possono vedere. Questo è uno dei lavori che ho trovato in bibliografica che metteva in evidenza come già in 8 settimane dava dei risultati migliori che utilizzare solo il Bio-Oss e non il concentrato piastrinico e l’ha dimostrato.

Adesso direi che entriamo un po’ nel merito di quello che è l’argomento della giornata: io sono arrivato un po’ per ultimo nell’utilizzare l’Hypro-Oss e quindi ho pochi casi a disposizione ma vi faccio vedere il protocollo con cui lo sto utilizzando: attivazione della parte ricca dell’emocomponente sul granulare; tempo di attesa di circa 20 minuti prima di ottenere un coagulo stabile con il materiale da innesto, posizionamento nell’alveolo completamente a contatto dell’osso, tappo di fibrina superficiale – che va un po’ a ricalcare concetto della membrana ma è fibrina ricavata dall’emocomponente – guarigioni di tutti i casi assolutamente nella norma, quindi nessun evento avverso, una epitelizzazione più rapida, non perdita di materiale, quindi estremamente positivo, sia da un punto di vista radiologico – vedete comincio avere dei primi casi a 60 giorni – sia da un punto di vista, ancora non del tutto completo, di valutazione sia tattile – vuol dire che io 60 giorni riapro, posiziono l’impianto e faccio una biopsia ossea per fare una valutazione istologica istomorfometrica – per ora le biopsie che ho eseguito non sono ancora molte conterò di raccogliere per lo meno una ventina di casi per avere un’evidenza che sia accettabile da un punto di vista di pubblicazione però i segnali finora visti ed intercettati direi che sono più che positivi.

Per concludere, la domanda che mi faccio è se abbia senso usarli in questo tipo di percorso anche se non abbiamo la conferma assoluta che possono migliorare la riparazione ossea? Io direi di sì: il fatto stesso che nella rigenerativa mi accelerino l’epitelizzazione, mi chiudano a sigillo la ferita, mi permettano di avere una guarigione più rapida, già solo per quello avrebbe senso utilizzarli: se poi vado a vedere la spinta biologica magari l’osso guarisce anche prima.

Ma non dimentichiamo anche la praticità: alla fine abbiamo bisogno di praticità. Un dei vantaggi maggiori che ho nell’uso di questi materiali e che non perdo più tutti i granellini dei materiali in bocca, non faccio fatica a rincorrerli, perché me li vado ad ottimizzare in quello che è un preparato gelificato e li trasporto sulla zona da innestare con molta facilità, con molta stabilità, e per me questo è un risparmio di tempo. E sapete quanto la chirurgia nel risparmio di tempo ottimizzi anche le guarigioni finali.

Con questo vi ringrazio per l’attenzione

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